Jole Giannelli, detta Patrizia, ventiseienne originaria di San Marino, separata dal marito, prima operaia e poi insegnante maglierista, amante “della vita brillante e frequentatrice dei locali alla moda” («Il Secolo XIX», 17 settembre 1954) uccide Achille Bruzzone, commesso di bordo di 25 anni, con cui intratteneva da un anno una relazione che Bruzzone era intenzionato a interrompere. Il 15 settembre 1954 Giannelli lo aspetta alle 7 di mattina nell’atrio della casa dove abita in via Teodosia 5, a Genova, prima chiede a Bruzzone la restituzione di alcune fotografie scattate durante la loro relazione e poi spara due colpi con una piccola rivoltella, una Beretta calibro 6,35. Un colpo va a vuoto, l’altro raggiunge al cuore l’uomo che esce dall’edificio chiamando aiuto e cercando soccorso nel bar dell’amico Silvio Castiglioni in via Caffa. Portato all’ospedale morirà poco dopo. La donna invece viene fermata dal negoziante Oronzo Fizzarotti, che aveva assistito alla scena e che, con la scusa di portarla in motorino a casa, la conduce invece in questura. Giannelli decide allora di costituirsi e confessa il delitto al funzionario di servizio dott. Costa e poi al dott. Calenda e al maresciallo Barbone che conducono l’interrogatorio. L’indagine è portata avanti oltre che da Calenda, vicecapo della squadra mobile, e Borbone, dalla guardia scelta Viti.
«Il Secolo XIX», nel tentativo di restituire il movente del delitto, spiega: «Jole Gianelli ha incontrato molti uomini sulla sua strada: è stata circuita e lusingata, amata e, infine, disprezzata. Quando Achille Bruzzone apprese per bocca di amici che la “sua” donna aveva avuto un burrascoso passato, decise di troncare la relazione». «Ho premuto il grilletto della rivoltella – affermerà Gianelli – perché ero avvilita e nello stesso tempo nauseata della mia vita. È stato un attimo di smarrimento ma non chiedo perdono» («Il Secolo XIX», 18 settembre 1954).