L'11 maggio 1859, la possidente milanese Ester Maria Perrocchio chiamò il carpentiere suo inquilino Antonio Boggia affinché riparasse il tetto di un proprio stabile di via Santa Maria 2, nei pressi del Duomo. L'uomo la uccise con un colpo di scure, smembrò il cadavere e ne murò i resti nel sottoscala di un'abitazione di Stretta Bagnera. Rivenduti i gioielli della defunta, Boggia assunse le funzioni di amministratore dei suoi beni, iniziando a riscuotere le pigioni dagli altri inquilini. Il suo nuovo ruolo era apparentemente legittimato da una procura a suo beneficio firmata da una terza alla presenza di un pubblico ufficiale, il notaio Bolza di Como. Il notaio, tuttavia, era stato insospettito dalla condotta spaesata di quest'ultima donna, e aveva denunciato l'episodio alla magistratura. Il giudice istruttore Giulio Cesare Crivelli indagò su Boggia, scoprendo che nel 1849 aveva tentato di uccidere con una mannaia il contabile milanese Giovanni Comi. Sfuggito all'omicidio, Comi lo aveva denunciato, procurandogli l'internamento a manicomio della Senavra. Le indagini portarono al rinvenimento nelle proprietà di Boggia del cadavere della Perrocchio, ma anche di altri tre scheletri: quello dell'operaio Angelo Serafino Ribbone, del commerciante di granaglie Giuseppe Marchesotti e del fabbro Pieto Meazza scomparsi da Milano rispettivamente nel 1848, 1850 e in epoca imprecisabile. Nel 1860, il Tribunale del capoluogo lombardo processò e condannò a morte Boggia; l'impiccagione fu eseguita due anni più tardi, l'8 aprile 1862, dopo che Vittorio Emanuele II gli ebbe rifiutato la grazia